20th July, 2010

Montagne

posted 1 year ago

Vedo la montagna.

Su questo lato un prato, con un piccolo sentiero che sale e si perde, poco più su, in un bosco.

Dall’altra parte le rocce che forniscono gli appigli a chi volesse salire per quella via.

In entrambi i casi, la strada è lunga e faticosa, la vetta nemmeno si vede, nascosta dietro una nuvola che per quanto si sposti ne copre sempre una parte. Ma che importa. Lo so com’è fatta una vetta, lo so da quando sono nata.

Conosco anche il modo per arrivarci, conosco il sudore che bisogna pagare, non importa se si decide di camminare o se si sceglie di aderire, mani e piedi, alla parete.

La vista da lassù toglie il fiato, me lo ricordo. Ripaga e cancella ogni imprecazione sfuggita durante la salita.

Ma poi bisogna scendere. Perchè là non si può restare. La montagna di notte vuole restare sola, o accogliere solo chi la abita da sempre. Io sono ospite momentanea, anche se un po’ incallita ormai, e sono invitata a scendere.

La parte più difficile, per me, è la discesa. Non riesco mai a percorrerla leggera, a mantenere gli occhi pieni delle meraviglie apprese lassù. Sento di appartenere, intimamente, a quel luogo, a quell’aria, io sono quella cosa lì, scendere mi strappa sempre qualcosa. La montagna non mi riconosce mai, mi srotola davanti prati, e sassi, e sentieri, e torrenti, qualunque cosa che mi porti giù. Ogni passo verso valle mi ricorda il peso di questo corpo sempre più ingombrante, ogni passo mi trasforma nella donna che non sono, mi carica di costumi, e maschere, e armature, e odori che non so nemmeno come facciano a trovarmi. Ad ogni passo mi ripeto che lì non ci devo più andare.

La vetta ripaga della fatica della salita, ma non c’è nulla, nulla, che cancelli lo sconforto della discesa.

E davanti alla montagna che devo ancora salire, ora, io penso alla discesa.

La guardo ancora un po’.

Poi, forse, torno a casa.

 

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