Fatica

Un paio d’ore libere stamattina mi hanno convinta a riprovarci. Chissà, magari al mattino funziona meglio.
Acqua fredda sul viso e mi stiracchio un po’. Poi il cardiofrequenzimetro, la canotta, i pantaloncini, le scarpe, il cronometro e il lettore mp3.
La giornata fuori è splendida. Un cielo azzurro su distese verde brillante, un po’ d’aria a scompigliare lo scompigliabile. E’ tutto perfetto.
Parto piano, ho paura. Maledetta paura, sei tu che mi freghi, lo so, che mi accorci il fiato ed impedisci ai polmoni di aprirsi per prendersi tutta la vita di cui hanno bisogno.
Ma forse oggi no, forse questi colori pieni agitati dal vento inganneranno anche te e mi lascerai correre.
Marciapiede, viale, giro a destra, sterrato, parcheggio. Non sembra male. Allungo un filo, sospettosa, su una lunga stradina tra le case, signore con la spesa e mamme con i passeggini: venerdì qui è giorno di mercato.
Ascolto il mio respiro e cerco di legarlo al ritmo dei piedi. “Inspira lungo” come dice il coach, “espira piano”. Uno-due-tre, uno-due-tre. Coraggio, mi dico, i primi cinque km sono quasi finiti e poi ci facciamo un altro giro.
A 4.8 incontro il mio muro: respiro corto, cortissimo e le gambe improvvisamente indisciplinate. Mi fermo, demoralizzata. Non riesco più. Fino a poche settimane fa 10 km erano uno scherzo. Che c’è che non va? Inizio a chiederlo ai piedi, poi salgo ai polpacci alle cosce. “Va tutto bene” mi rispondono. Lo chiedo allo stomaco che mi conferma che non c’è alcun problema con la colazione di stamattina. Lo chiedo ai polmoni, che si allargano a prendere aria, ed al cuore che ha già recuperato lo sforzo e pulsa pacifico a 70 mentre cammino. E’ tutto perfetto.
“Che c’è che non va?”
La risposta e lì, un velo liquido dietro agli occhi. Se avessi la possibilità di guardarmi il cervello indicherei con estrema precisione il punto che mi risponde. “Che vuoi” mi dice con tono sprezzante “passi le giornate a controllarmi, ad impedirmi di dire e fare quello che vorrei, a ridurmi, a stritolarmi, a cammuffarmi, a fare finta di, a seguire protocolli rigidissimi, a contenermi, perchè questo non si può dire, quello non si può fare, quell’altro non si può pensare. E poi, ogni due giorni, pretendi che io torni ad essere quello che sono solo perchè ti sei messa un paio di scarpe per correre. No, bella, non funziona così”.
Già, non funziona così.