1st June, 2010

Semi

posted 1 year ago

Tre dei ragazzi che durante l’anno ho accompagnato ad esplorar funzioni stanno sostenendo l’ultima verifica di matematica.

Ieri, da me, l’ultimo ripasso. Il pensiero rivolto ormai all’estate, che sarà molto probabilmente libera dal peso di un esame a settembre.

Sono cresciuti tantissimo, in quest’anno scolastico. Cerco di ricordarmeli com’erano a settembre e mi sembra di ricordarli bambini: un po’ spaventati, un po’ imbarazzati, un po’ persi.

E’ stato un anno impegnativo per loro, ma che bello adesso guardare indietro e vedere tutta la strada che hanno fatto.

La telefonata di una delle loro madri, ieri sera, mi ha un po’ colpita. Mi ha ringraziata, perchè quel suo ragazzo non aveva mai raggiunto i risultati che ha conquistato quest’anno. Ma io, a quel ragazzo, di matematica ne ho sempre insegnata molto poca. Ho solo avuto la fortuna di essere nei paraggi mentre da ragazzino si evolveva in qualcosa di più adulto. I bei voti in matematica sono stati la conseguenza di quello, più che degli esercizi che faceva con me. Io non c’entro. Gli ho solo fatto qualche paternale quando, dopo i risultati del primo quadrimestre, stava pensando di mollare tutto. Ma a 17 anni lo sapiamo bene quanto contino le paternali: nulla, se non sortiscono l’effetto opposto. E poi con lui si parlava della chitarra nuova che vuole comprare, di fotografia, del viaggio che vorrebbe fare in Giappone. Tra una chiacchiera e l’altra ci infilavo un po’ di geometria analitica, ma così, giusto a riempire gli spazi. E mi pagava pure, come se fossero lezione di matematica per davvero. Un po’ mi vergogno, lo ammetto.

E’ che a me piace stare con questi ragazzi. Ho avuto il tempo di conoscerli, loro come molti altri che mi hanno lasciata provare ad aiutarli. Il vantaggio di incontrarli singolarmente, invece che in una classe, è che diventa un po’ più facile capirsi.

Arrivano da me come terreni da cui non nasce quello che dovrebbe. L’unica cosa che possiedo è qualche buon seme. Ma non basta. Magari è un terreno che va prima arato, o irrigato, o ci sono sassi da togliere, infestanti da eliminare. Anche quando sembra pronto, poi, non è detto che i miei semi funzionino. Bisogna capire su quale lato seminare, quanto in profondità e difendere quello spazio. E bisogna che loro, il terreno, si fidino e ti lascino fare.

Poi, per giorni, settimane o mesi, sembra non succedere niente.

E’ questo il grande fascino, il motivo per cui non riesco a rinunciare a queste lezioni, ad incastrarle tra lavoro e casa negli orari più assurdi.

Perchè succede quasi sempre che un bel giorno ti alzi, apri la finestra e ti trovi davanti un campo di girasoli in fiore. Ed in quei girasoli riconosci le tue parole, il tuo impegno: ti assomigliano.

Altro che monete gettate in fondo al mare, altro che parole al vento. Sembrava solo.

Io non riesco ad immaginare soddisfazione più grande di vedere un pezzettino di me in un ragazzo che si fa uomo.

 

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