Trasloco
Ho trovato un nuovo posto dove stare.
Devo ancora iniziare a sistemare, di là, a disfare scatoloni, a mettere nuove cose.
Qui tornerò solo per inseguire ricordi.
Vai.
Vai. Riempiti la vita di cose.
Scrivi, leggi, ascolta.
Impara qualcosa di nuovo, possibilmente di difficile.
Aiuta.
Metterai così del tempo in mezzo, riempirai il vuoto che ti separa dalla fine.
O, molto meno probabile, da chi ti assomiglia.
Sfida
Domani mattina mi aspetta una sfida.
Un’ora e mezza per sentieri di montagna, non so ancora quali, esattamente; non so bene se camminando o di corsa.
Insomma, domani mattina alle 7 si vedrà.
Lui è un indigeno ed è questo l’aspetto che mi preoccupa di più. Lo so bene, io, come sono quelli che vivono qui.
Ha vent’anni in più e la pancia dell’ottimo bevitore di birra. Io ho venti chili in meno e la cellulite dell’ottima mangiatrice di patatine fritte.
Lui afferma di non essere allenato, che sarà una semplice passeggiata. Ma io so bene che qui anche gli stambecchi sostengono di essere paciosi pensionati.
Ha passato il pomeriggio a dichiarare ai suoi amici che per una volta non teme di sentirsi male in montagna visto che sarò l’unica nei paraggi a potergli praticare la respirazione bocca a bocca.
Io ho fatto in modo che i suoi amici mi vedessero oggi durante l’allenamento: così domani avrò almeno l’alibi, confermato, della stanchezza.
Sono quella che se n’è andata diciotto anni fa e che è ormai diventata una “milanese”. Che qui significa, sostanzialmente, una cotoletta.
Domani devo dimostrare che la sostanza è ancora bergamasca.
I pettegolezzi languivano un po’, in piazza, ultimamente. Il gioielliere, il pittore, il gallerista, il commerciante, l’immobiliarista, il professore, il turista naturalizzato, l’impresario: per qualche giorno avranno materiale fresco su cui chiacchierare.
Un po’, in fondo, glielo devo.
La scienza contro la lettura
“Ti va di leggere un po’?”
“No, mamma. Oggi ho fatto 25 km in bici, sono stanchissimo”
“Scusa, ma a pedalare stanchi le gambe, mica la testa…”
“Eh no! Devo guardare dove vado. Si vede più con il cervello che con gli occhi. Lo hanno detto a Quark.”
Io, alla sua età, non ero mica così brava. Neanche adesso.
Ferie
“Devi avere un sacco di ferie arretrate…”
“Sì, in effetti, ne ho molte…”
“E… non riesci a prenderle?”
“No, vermanete non ci sarebbero grossi problemi a prenderle. E’ che… non saprei che farmene”
A volte le parole ti escono così, senza che tu ci abbia pensato. Le ascolti anche tu per la prima volta. E non hai ancora finito di pronunciarle che ammutolisci per quello che stai contemporaneamente sentendo.
Abbassi gli occhi. Un po’ per la vergogna. Un po’ per vederlo, il baratro sul bordo del quale ti ostini a camminare ostentando sicurezza, quasi indifferenza.
Chissà se si vede, da fuori. Nel dubbio, gli occhi li tieni giù e recuperi il tuo sorriso migliore.
Li hai sempre fregati tutti così. Questo non farà eccezione.
Consiglio

Fai come il lanciatore di coltelli, che tira intorno al corpo.
Scrivi di amore senza nominarlo, la precisione sta nell’evitare.
Distràiti dal vocabolo solenne, già abbuffato,
punta al bordo, costeggia,
il lanciatore di coltelli tocca da lontano,
l’errore è di raggiungere il bersaglio,
la grazia è di mancarlo.
(Erri De Luca)
Montagne

Vedo la montagna.
Su questo lato un prato, con un piccolo sentiero che sale e si perde, poco più su, in un bosco.
Dall’altra parte le rocce che forniscono gli appigli a chi volesse salire per quella via.
In entrambi i casi, la strada è lunga e faticosa, la vetta nemmeno si vede, nascosta dietro una nuvola che per quanto si sposti ne copre sempre una parte. Ma che importa. Lo so com’è fatta una vetta, lo so da quando sono nata.
Conosco anche il modo per arrivarci, conosco il sudore che bisogna pagare, non importa se si decide di camminare o se si sceglie di aderire, mani e piedi, alla parete.
La vista da lassù toglie il fiato, me lo ricordo. Ripaga e cancella ogni imprecazione sfuggita durante la salita.
Ma poi bisogna scendere. Perchè là non si può restare. La montagna di notte vuole restare sola, o accogliere solo chi la abita da sempre. Io sono ospite momentanea, anche se un po’ incallita ormai, e sono invitata a scendere.
La parte più difficile, per me, è la discesa. Non riesco mai a percorrerla leggera, a mantenere gli occhi pieni delle meraviglie apprese lassù. Sento di appartenere, intimamente, a quel luogo, a quell’aria, io sono quella cosa lì, scendere mi strappa sempre qualcosa. La montagna non mi riconosce mai, mi srotola davanti prati, e sassi, e sentieri, e torrenti, qualunque cosa che mi porti giù. Ogni passo verso valle mi ricorda il peso di questo corpo sempre più ingombrante, ogni passo mi trasforma nella donna che non sono, mi carica di costumi, e maschere, e armature, e odori che non so nemmeno come facciano a trovarmi. Ad ogni passo mi ripeto che lì non ci devo più andare.
La vetta ripaga della fatica della salita, ma non c’è nulla, nulla, che cancelli lo sconforto della discesa.
E davanti alla montagna che devo ancora salire, ora, io penso alla discesa.
La guardo ancora un po’.
Poi, forse, torno a casa.
Io non sono pessimista!
“Nel weekend sarò via, devo lavorare dai nonni”
“Uffa mamma, devi proprio?”
“Sì…”
“Ma scusa, se tu stessi male cosa faresti, ci andresti lo stesso?”
“Non lo so. Ma il fatto è che io sto bene”
“Sì ma se…”
“No, non puoi pensare per “se” e per “ma”. In questo momento sto bene e quindi mi comporto sulla base di quello. Nel momento in cui dovessi stare male mi comporterei di conseguenza, farei magari altre scelte”
“Quindi non ci hai ancora pensato?”
“A cosa?”
“A cosa faresti se stessi male”
“No”
“Ah, credevo che visto che sei pessimista ci avessi già pensato”
“…”
Scoppio

Parlare, scrivere, mi è presa questa urgenza.
Trattengo, perchè devo, lo so che devo.
E quello che riesce ad uscirne è rabbia.
Rabbia che rivolgo al cielo, a cui chiedo un battito di ciglia, il veloce cenno di una mano.
Rabbia che rivolgo al mio sentire, che non dovrebbe essere così, porcamiseria, e non c’è verso di piegarlo, di domarlo.
Non dura molto.
La rabbia è un boato fragoroso, qualche secondo di luce, di rumore, di vento.
Quello che spaventa è la cenere che ne resta. E quella dura a lungo.
Q&A
Passo le giornate a rispondere a domande.
Non lo so perchè. Non so come io possa aver mai dato l’impressione di essere qualcuno di affidabile a cui rivolgere domande.
Ma succede.
Qualcuno dice che è perchè riesco a trasmettere tranquillità, anche quando non conosco le risposte: mi metto lì, smonto la domanda, propongo, azzardo, tiro ad indovinare.
I più, invece, una risposta precisa e fondata se l’aspettano. La pretendono.
Come se per qualche motivo io fossi tenuta a conoscere qualunque cosa e, quello che non conosco, ad impararlo. All’istante.
Sono curiosa, è vero. Ma sono anche un monumento alla mediocrità. Non c’è nulla che so fare davvero bene, nulla che conosco a fondo.
Vorrei domande che fossero domande per davvero e non pretese. Vorrei poter rispondere “Non so”, qualche volta, senza per questo sentirmi come se stessi deludendo o facendo un torto a qualcuno.
Vorrei risposte, per riposare un po’.
Precipito
Arrabbiatissima.
A quei professori che hanno deciso di trasformare le insufficienze in sei più o meno asteriscati perchè era troppo faticoso inseguire quei ragazzi, spiegare, interrogare; a quei professori che hanno fatto un numero spropositato di assenze per poi cavarsela con un “in quella classe non si può lavorare”; a quei professori attenti solo a schivare le lamentele di genitori di ragazzi lavativi e viziati; a quei professori che non bocciano per evitare di ritrovarsi in classe ragazzi difficili per un tempo più lungo dello stretto necessario; a quei professori che allargano le braccia, che diventano fantocci di sè stessi, a cui l’unica cosa che importa è avere un po’ di numeri su un registro a cui far compiere i più virtuosistici salti mortali affinchè il risultato non dia mai meno di 6.
Ai genitori che giustificano, sempre e comunque; che “in fondo sono ragazzi”, che “però quell’altro fa più casino del mio”; che pensano di aver cresciuto dei geni, ma che dico, degli dei a cui tutto sia permesso e dovuto; che riempiono i figli di regali pazzeschi per essere stati promossi pur con una caterva di insufficienze ed un anno passato a non fare assolutamente nulla.
Ecco, io auguro a tutti loro che non gli capiti mai di vedere in un ragazzino di dodici anni la delusione, assolutamente adulta e matura, che ho visto oggi nello sguardo di mio figlio. Nonostante una pagella da applausi.
Fatica

Un paio d’ore libere stamattina mi hanno convinta a riprovarci. Chissà, magari al mattino funziona meglio.
Acqua fredda sul viso e mi stiracchio un po’. Poi il cardiofrequenzimetro, la canotta, i pantaloncini, le scarpe, il cronometro e il lettore mp3.
La giornata fuori è splendida. Un cielo azzurro su distese verde brillante, un po’ d’aria a scompigliare lo scompigliabile. E’ tutto perfetto.
Parto piano, ho paura. Maledetta paura, sei tu che mi freghi, lo so, che mi accorci il fiato ed impedisci ai polmoni di aprirsi per prendersi tutta la vita di cui hanno bisogno.
Ma forse oggi no, forse questi colori pieni agitati dal vento inganneranno anche te e mi lascerai correre.
Marciapiede, viale, giro a destra, sterrato, parcheggio. Non sembra male. Allungo un filo, sospettosa, su una lunga stradina tra le case, signore con la spesa e mamme con i passeggini: venerdì qui è giorno di mercato.
Ascolto il mio respiro e cerco di legarlo al ritmo dei piedi. “Inspira lungo” come dice il coach, “espira piano”. Uno-due-tre, uno-due-tre. Coraggio, mi dico, i primi cinque km sono quasi finiti e poi ci facciamo un altro giro.
A 4.8 incontro il mio muro: respiro corto, cortissimo e le gambe improvvisamente indisciplinate. Mi fermo, demoralizzata. Non riesco più. Fino a poche settimane fa 10 km erano uno scherzo. Che c’è che non va? Inizio a chiederlo ai piedi, poi salgo ai polpacci alle cosce. “Va tutto bene” mi rispondono. Lo chiedo allo stomaco che mi conferma che non c’è alcun problema con la colazione di stamattina. Lo chiedo ai polmoni, che si allargano a prendere aria, ed al cuore che ha già recuperato lo sforzo e pulsa pacifico a 70 mentre cammino. E’ tutto perfetto.
“Che c’è che non va?”
La risposta e lì, un velo liquido dietro agli occhi. Se avessi la possibilità di guardarmi il cervello indicherei con estrema precisione il punto che mi risponde. “Che vuoi” mi dice con tono sprezzante “passi le giornate a controllarmi, ad impedirmi di dire e fare quello che vorrei, a ridurmi, a stritolarmi, a cammuffarmi, a fare finta di, a seguire protocolli rigidissimi, a contenermi, perchè questo non si può dire, quello non si può fare, quell’altro non si può pensare. E poi, ogni due giorni, pretendi che io torni ad essere quello che sono solo perchè ti sei messa un paio di scarpe per correre. No, bella, non funziona così”.
Già, non funziona così.
Semi

Tre dei ragazzi che durante l’anno ho accompagnato ad esplorar funzioni stanno sostenendo l’ultima verifica di matematica.
Ieri, da me, l’ultimo ripasso. Il pensiero rivolto ormai all’estate, che sarà molto probabilmente libera dal peso di un esame a settembre.
Sono cresciuti tantissimo, in quest’anno scolastico. Cerco di ricordarmeli com’erano a settembre e mi sembra di ricordarli bambini: un po’ spaventati, un po’ imbarazzati, un po’ persi.
E’ stato un anno impegnativo per loro, ma che bello adesso guardare indietro e vedere tutta la strada che hanno fatto.
La telefonata di una delle loro madri, ieri sera, mi ha un po’ colpita. Mi ha ringraziata, perchè quel suo ragazzo non aveva mai raggiunto i risultati che ha conquistato quest’anno. Ma io, a quel ragazzo, di matematica ne ho sempre insegnata molto poca. Ho solo avuto la fortuna di essere nei paraggi mentre da ragazzino si evolveva in qualcosa di più adulto. I bei voti in matematica sono stati la conseguenza di quello, più che degli esercizi che faceva con me. Io non c’entro. Gli ho solo fatto qualche paternale quando, dopo i risultati del primo quadrimestre, stava pensando di mollare tutto. Ma a 17 anni lo sapiamo bene quanto contino le paternali: nulla, se non sortiscono l’effetto opposto. E poi con lui si parlava della chitarra nuova che vuole comprare, di fotografia, del viaggio che vorrebbe fare in Giappone. Tra una chiacchiera e l’altra ci infilavo un po’ di geometria analitica, ma così, giusto a riempire gli spazi. E mi pagava pure, come se fossero lezione di matematica per davvero. Un po’ mi vergogno, lo ammetto.
E’ che a me piace stare con questi ragazzi. Ho avuto il tempo di conoscerli, loro come molti altri che mi hanno lasciata provare ad aiutarli. Il vantaggio di incontrarli singolarmente, invece che in una classe, è che diventa un po’ più facile capirsi.
Arrivano da me come terreni da cui non nasce quello che dovrebbe. L’unica cosa che possiedo è qualche buon seme. Ma non basta. Magari è un terreno che va prima arato, o irrigato, o ci sono sassi da togliere, infestanti da eliminare. Anche quando sembra pronto, poi, non è detto che i miei semi funzionino. Bisogna capire su quale lato seminare, quanto in profondità e difendere quello spazio. E bisogna che loro, il terreno, si fidino e ti lascino fare.
Poi, per giorni, settimane o mesi, sembra non succedere niente.
E’ questo il grande fascino, il motivo per cui non riesco a rinunciare a queste lezioni, ad incastrarle tra lavoro e casa negli orari più assurdi.
Perchè succede quasi sempre che un bel giorno ti alzi, apri la finestra e ti trovi davanti un campo di girasoli in fiore. Ed in quei girasoli riconosci le tue parole, il tuo impegno: ti assomigliano.
Altro che monete gettate in fondo al mare, altro che parole al vento. Sembrava solo.
Io non riesco ad immaginare soddisfazione più grande di vedere un pezzettino di me in un ragazzo che si fa uomo.
Laconica
“Tu stai bene?”
“Certo, sono ingarbugliata tra iperboli, ellissi e circonferenze, come altro potrei stare?”
“LaConica”
(applausi)